La parola che non ti aspetti

Un volatile che ci vede poco o che si vede poco?

Il comune usignolo era già molto noto nel mondo romano antico come eccezionale cantore. Il naturalista Plinio il Vecchio dedica alla straordinaria capacità di modulare la voce di questi piccoli pennuti un intero capitolo della sua Naturalis Historia, il 43 del decimo libro.
Per altri versi, Orazio (Satire, II, 3, 243-246) ricorda, come esempio di eccesso, l’abitudine di due fratelli di mangiare usignoli a colazione:

Quinti progenies Arri, par nobile fratrum/nequitia et nugis pravorum et amore gemellum/luscinias soliti inpenso prandere coemptas,/quorsum abeant? sani ut creta, an carbone notati?

I figli di Quinto Arrio, nobile coppia di fratelli gemelli corrotti dalla depravazione, dall’indolenza e dal desiderio distorto, sono soliti mangiare a colazione usignoli comprati a gran prezzo. Fino a che punto si sono spinti? Saranno segnati con la creta, come le brave persone, o col carbone?

Non è la voce, però, né la discutibile piacevolezza al palato, che hanno dato il nome all’animale, bensì la sua abitudine a cantare di notte. Tanto usignolo quanto il provenzale rosinhol, il francese rossignol (a sua volta dall’antico francese lousseignol), lo spagnolo ruiseñor, il portoghese rouxinol vengono dal latino lusciniola (femminile), diminutivo di luscinia, che significa ‘usignolo’, appunto. L’antico italiano rosignolo/rusignolo, ovviamente della stessa famiglia, è un prestito dal provenzale rosinhol.
L’origine di luscinia non è nota con certezza, ma forse è collegata all’aggettivo luscus ‘guercio’ perché questo uccello canta di notte, quando non si vede bene, oppure a lux ‘luce’, perché si sente cantare alle prime luci dell’alba. La seconda parte del nome, invece, può derivare dal verbo cano ‘cantare’. Questa composizione sembra un po’ forzata, quindi da prendere con le pinze, ma a rafforzarne la verosimiglianza è il confronto con il nome dell’usignolo nelle lingue germaniche, nightingale in inglese, nachtegaal in danese, Nachtigall in tedesco. Tutte queste parole derivano dal proto-germanico *nakht- ‘notte’ in unione con *galon ‘cantare’. Una composizione molto simile a luscus/lux + cano, quindi.
Il processo che ha portato da lusciniola a usignolo è piuttosto complesso: le varianti romanze che iniziano con r testimoniano che ad un certo punto della sua storia, forse già in latino volgare (la varietà di latino parlata comunemente dalla popolazione), la prima l della parola si era dissimilata, cioè si era differenziata dalla seconda, per facilitare la pronuncia, dando vita a *rusciniola/rosciniola (l’asterisco indica una parola ricostruita, ma non attestata). In italiano antico è approdata la variante lusciniola, non passata dalla dissimilazione della l in r. A questo punto si sono verificati il passaggio dal femminile al maschile (fenomeno noto come metaplasmo), lo spostamento del luogo di articolazione della fricativa postalveolare [∫], che è diventata alveolare [s], e la palatalizzazione della n ad opera della i seguente (il gruppo -nio- [njɔ] è divenuto -gno- [ɲ:ɔ]; lo stesso fenomeno che porta da calcaniumcalcagno). Si è così prodotto lusignolo. A questo punto è avvenuta la trasformazione più sorprendente: i parlanti hanno identificato la l iniziale come articolo determinativo e hanno cominciato a scrivere l’usignolo. Alla lunga, questa innovazione si è imposta, tanto che si è persa la consapevolezza della vera origine della parola.
Fabio Ruggiano

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