Le interviste di DICO

Chi studia italiano a Heidelberg?

L’intervista di oggi, che speriamo sia la prima di una lunga serie, dà la parola a chi insegna l’italiano fuori dal nostro paese. Benché la nostra sia la quarta lingua più studiata al mondo, e goda dunque di un ottimo prestigio soprattutto culturale, i problemi della didattica dell’italiano all’estero non sono pochi, d’ordine sia economico, sia politico. Come si potrebbe incrementare l’insegnamento dell’italiano al di fuori dei confini nazionali (oltreché all’interno, naturalmente)? Come scongiurare la chiusura di cattedre d’italiano? Di questi giorni, per esempio, è la triste notizia della scomparsa quasi totale dell’insegnamento universitario dell’italiano in Finlandia. Di questo e d’altro ci ha parlato la professoressa Daniela Pietrini, che insegna (Privatdozent) Linguistica italiana e francese all’Istituto di Romanistica dell’Università di Heidelberg, in Germania.

– Fabio Rossi: Quanti studenti di italiano ci sono nella sua università?

Daniela Pietrini: Purtroppo negli ultimi anni il numero degli studenti di italianistica è diminuito rapidamente e in maniera esponenziale. Secondo le ultime cifre (che si riferiscono all’anno accademico 2015-16) abbiamo complessivamente 75 studenti di italiano iscritti al nostro istituto (Istituto di Romanistica dell’Università Ruprecht-Karls di Heidelberg), cui si aggiungono i numerosi studenti Erasmus (italiani, ma anche italianisti di altri paesi europei) che frequentano i nostri corsi, ma che non sono iscritti alla nostra università. Infine aggiungerei i dottorandi che non sempre sono regolarmente iscritti all’università, spesso fanno parte di programmi di scambio o afferiscono a dottorati binazionali e/o in cotutela, ma che comunque frequentano i nostri corsi, almeno quelli più avanzati o specifici. La situazione che ho appena delineato si riferisce ai soli italianisti, cui vanno aggiunti gli studenti iscritti ai corsi di lingua italiana del nostro Centro Linguistico, che però non figurano nelle statistiche a disposizione del mio istituto in quanto non sono studenti di italiano (linguistica o letteratura), ma di altre materie, che frequentano corsi facoltativi di lingua di solito pomeridiani per interesse personale o per avere “una carta in più” da spendere eventualmente nel futuro professionale in altri campi.

– F.R.: Gli studenti stranieri sono più interessati alla lingua, alla linguistica o alla letteratura e alla cultura italiane?

D.P.: È difficile rispondere a una domanda del genere. Agli studenti che si iscrivono alla facoltà di Italianistica della nostra università vengono richieste solide conoscenze linguistiche di base (non ammettiamo principianti assoluti), per cui di solito i nostri studenti hanno già imparato l’italiano a scuola o in attività varie svolte in Italia nel periodo immediatamente successivo alla maturità (lavori come ragazze alla pari, servizio civile in musei, ospedali o istituzioni di vario tipo, stage presso associazioni o centri italo-tedeschi come l’istituto Goethe ecc.). Altri ancora sono figli di italiani residenti in Germania e, pur essendo nati in Germania, conoscono già la lingua (più o meno bene), ma soprattutto hanno già familiarità con la cultura italiana. Per questo è evidente che i nostri studenti si interessino prima di tutto alla cultura italiana,alla musica, al cinema e in parte anche alla letteratura, mentre la linguistica all’inizio è vista nel migliore dei casi con una certa diffidenza. Però l’atteggiamento cambia rapidamente: nei primi due semestri gli studenti devono seguire i corsi di introduzione alla linguistica italiana e quindi familiarizzano subito con la disciplina, che spesso riesce ad appassionarli e diventa la materia di studio principale.

– F.R.: Secondo la sua esperienza, quali pensa siano le motivazioni principali per cui gli stranieri si accostano allo studio della lingua e della cultura italiana?

D.P.: Come dicevo prima, molti nostri studenti hanno alle spalle famiglie di origine almeno parzialmente italiana con nonni e cugini che in gran parte dei casi risiedono tuttora in Italia, per cui lo studio dell’italiano sembra quasi una conseguenza “naturale” della loro identità. Inoltre il rapporto dei tedeschi specialmente meridionali con l’Italia è abbastanza stretto: l’Italia è vicina e continua a costituire una delle destinazioni estive preferite dei tedeschi, quindi molti ragazzi conoscono l’Italia dall’infanzia, ci hanno passato tante vacanze estive, amano il paese e la sua cultura. Nel sud della Germania l’italiano è in parte insegnato anche a scuola come terza lingua straniera, anche se purtroppo quest’aspetto è in regresso con conseguenze negative anche sul numero dei nostri studenti (diminuiscono i posti di lavoro come insegnante di italiano nelle scuole). Infine ci sono gli studenti di musicologia o di storia dell’arte che magari amano combinare lo studio dell’italiano alla loro materia principale. Però in generale la scelta dell’italiano come materia di studio si basa soprattutto su motivi “affettivi” di interesse personale, familiare ecc. E spesso la crescente mentalità utilitaristica spinge a scegliere lingue più “utili” perché attualmente più richieste sul mercato lavorativo o semplicemente “di moda”.

– F.R.: Pensa che si faccia abbastanza per coltivare lo studio dell’italiano all’estero? Quali suggerimenti darebbe allo Stato italiano per incentivare l’italiano fuori d’Italia?

D.P.: Di fronte a un mercato del lavoro sempre più esigente dagli sbocchi sempre meno numerosi, gli studenti che possono permettersi di scegliere la “materia che piace” senza chiedersi effettivamente fino a che punto questa possa garantire successo professionale sono pochi. L’Italia continua a “piacere”, è un paese amato, vicino, “simpatico”, ma non basta. L’immagine dell’Italia all’estero (almeno in Germania) resta quella tradizionale del paese caotico, in cui si mangia bene, tutti sono ben vestiti e c’è sempre il sole. Può sembrare un po’ esagerato e scontato, ma in fondo è così, l’immagine dell’Italia è rimasta immobile rispetto a vari decenni fa e ormai non è più in grado di attirare i giovani se non sulla base dei vecchi criteri e stereotipi. Finché nei media continuerà a rimbalzare l’immagine di un’Italia in crisi difficilmente in molti sceglieranno di investire sull’italiano per il proprio futuro professionale. Non so quali misure potrebbero essere messe in campo, ma credo che bisognerebbe partire dalla base, cercare di proporre un’immagine nuova dell’Italia come nazione e come economia, mettere l’accento anche mediatico sui punti di forza e non su quelli deboli, sull’innovazione e non solo su una sia pur gloriosa tradizione. Purtroppo l’impresa non è facile, le materie umanistiche in generale non navigano in buone acque, e l’italiano è tra le materie umanistiche all’estero sicuramente una materia “di nicchia” se non un vero e proprio lusso. Mi sembra ondamentale iniziare un lavoro di rinnovamento e diffusione del “marchio Italia” prima dell’università e pubblicizzare un’immagine più moderna dell’Italia già a livello delle scuole secondarie. In genere in Italia si discutono soprattutto le modalità per “spingere” i nostri ragazzi a fare esperienze formative all’estero, mentre il valore del percorso inverso del giovane straniero da “attirare” e accogliere in Italia mi sembra un po’ sottovalutato. Forse su questa base si potrebbe costruire un’immagine nuova e dinamica dell’Italia puntando sulle scuole, magari rafforzando i gemellaggi tra i licei sulla base di punti in comune che non devono consistere necessariamente nello studio delle reciproche lingue straniere e risolversi in scambi linguistici, ma possono anche basarsi sullo sport o su altre materie comuni come il latino o la matematica. Certo le attività in cui coinvolgere i giovanissimi stranieri non possono essere improvvisate e lasciate all’iniziativa estemporanea e individuale dei singoli organizzatori, perché siano efficaci vanno coordinate a livello centrale, selezionate e organizzate con cura, e richiedono un certo investimento di risorse economiche e umane. Ma magari da questa base potrebbe partire la costruzione di un’immagine dell’Italia meno stereotipata e più dinamica che contribuirebbe – nei tempi lunghi – al rilancio del ruolo dell’italiano all’estero.

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