Le interviste di DICO

La lingua della narrativa italiana d’oggi secondo Guglielmo Pispisa

Guglielmo Pispisa, romanziere ma anche saggista, inaugura una serie di interviste che DICO dedica alla lingua di oggi nei campi della comunicazione multimediale, dell’editoria, della narrativa, della didattica fuori d’Italia ecc.

– Fabio Rossi: Quali pensa siano le principali linee di tendenza della narrativa italiana degli ultimi anni?

Guglielmo Pispisa: Fino a non molto tempo fa, soprattutto in sede critica, si è fatto un gran parlare di ritorno al realismo per la narrativa contemporanea, ma la cosa non mi ha del tutto convinto. Prima che si parlasse di realismo, si veniva da una stagione nella quale sembrava esserci una definitiva affermazione della letteratura fantastica anche in Italia, dove per antonomasia questo genere aveva sempre faticato, con autori come Valerio Evangelisti e Chiara Palazzolo. Si trattava comunque di un fantastico ben ancorato a canoni di genere definiti e senz’altro distanti dai programmatici sabotaggi al reale portati da una letteratura postmodernista che sembrava invece ormai esaurita. I Wu Ming hanno poi chiamato all’impegno, a una letteratura che fa cose e cambia il mondo, nel loro saggio sul New Italian Epic, e la critica di matrice accademica ha risposto, quasi volendosi riappropriare di un primato nomenclatorio, col New Italian Realism che però mi è sembrato voler separare in modo un po’ manicheo letteratura d’impegno e di consumo. Poi, paradossalmente, proprio dopo quello sforzo di catalogazione, l’onda realistica si è ritirata. Mi pare che anche autori ricompresi in quel filone siano tornati a riscoprire l’importanza del sabotaggio, di una sperimentazione fortemente stilistica, ma senza dubbio non fine a se stessa, e comunque netta e poco arrendevole a qualsivoglia canone. Tanto per fare due nomi, il Genna di La vita umana sul pianeta Terra o Giorgio Falco con La gemella H. Ha forse ragione Walter Siti che nel suo pamphlet Il realismo è l’impossibile mette in dubbio la portata del realismo, visto più come un infingimento, un effetto di realtà, che non come credibile rappresentazione della realtà. Ho l’impressione comunque che in un’epoca come la nostra in cui c’è una forte compressione dei tempi di produzione e di consumo di qualunque opera letteraria (e forse di qualunque opera in genere) sia poco prudente, oltre che poco plausibile, individuare con certezza delle marcate linee di tendenza.

– F.R.: Molti parlano di riavvicinamento della letteratura al teatro (in entrambi i sensi di marcia: teatro che diventa narrativa, narrativa che si fa teatro) e di ritorno alla forma lunga del romanzo rispetto a quella breve di novella e racconto. Lei che ne pensa?

G.P.: In tutta sincerità non so dire quanto riavvicinamento fra letteratura e teatro vi sia, non so dire nemmeno se e quando si fossero realmente allontanati. Vedo, questo sì, interessanti incursioni di autori teatrali nel mondo del romanzo, penso a Davide Enia, a Tino Caspanello. Sulla forma lunga del romanzo contrapposta a quella del racconto, mi pare più che altro un problema di ricettività del mercato. Gli editori sono convinti che il romanzo venda meglio del racconto e dunque racconti se ne pubblicano pochi. Gli scrittori continuano a scriverli, ma senza un plausibile progetto editoriale rimangono legati a situazioni estemporanee. Lo trovo un peccato.

– F.R.: Altri, viceversa, parlano di trionfo delle forme brevi della letteratura, anche indotte dalle testualità mordi e fuggi della rete. Lei che ne pensa?

G.P.: Può essere vero. Le mie incursioni nella narrativa breve sono quasi sempre connesse a uno sbocco in rete, sia sotto forma di racconti per un blog, sia sotto forma di post sui social network. È una strada di certo più immediata, meno filtrata e meno ragionata, più istintiva. È anche uno spazio interessante, a saperlo e volerlo sfruttare, dove testare nuovi confini di stile. Tanto, la caducità del mezzo è garanzia di oblio: non resterà niente, quindi perché non osare?

– F.R.: Lei, che ha esperienza anche di scrittura collettiva, vuol dirci qualcosa su questa forma compositiva? In che modo differisce dalla scrittura più tradizionale, quella cioè del singolo autore?

G.P.: Con la scrittura collettiva ci si può nascondere di meno, non c’è riparo. Si è da subito esposti alla valutazione e alla discussione editoriale, fin dalla prima versione, fin dalla stessa concezione astratta dell’opera. È un formidabile esercizio di disciplina e di umiltà al quale ci si può sottoporre solo se si ha piena fiducia nei compagni di scrittura e, aggiungerei, un profondo legame amicale e intellettuale. L’ego, questo ingombrante e onnipresente compagno di viaggio di ogni scrittore, viene costantemente preso a schiaffi. Un po’ come lo yoga: una cosa molto salutare che dovrebbero praticare tutti ma che forse non è per tutti.

– F.R.: Come si pone nei confronti dell’italiano di oggi, quando scrive? Cerca di essere più imitativo, per dir così, o più alla ricerca di una norma, di uno stile altro e alto?

G.P.: Cerco una voce fluente e naturale eppure il più possibile libera da sciatterie o peggio da presunzioni di stile. Cerco di rendere l’effetto di qualcuno che parla a braccio senza pensarci su ma che lo fa maledettamente bene, senza ricorrere a immagini trite e a cliché linguistici. Cerco una cosa che non esiste in natura e allo stesso tempo cerco di fare in modo che sembri invece naturale. Uno stile invisibile a occhio nudo. Sono di una presunzione bestiale, lo ammetto, ma se uno non ci prova…

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