La parola che non ti aspetti

La verità sulla finzione

Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura.

(Giacomo Leopardi, L’infinito)

Che cosa faceva il giovane Giacomo davanti alla siepe che gli impediva di vedere gran parte del panorama? Non si sporgeva, non scostava i rami con il braccio, non si sollevava in punta di piedi, ma usava una capacità tipica dell’uomo: quella capacità che permette di superare la realtà esteriore e crearsi una seconda realtà, interiore. Leopardi immaginava.
Per descrivere questo processo mentale, il giovane favoloso usa il verbo fingere, che oggi ricorre sempre con una connotazione leggermente negativa, perché lo associamo alla mancanza di sincerità, alla menzogna, all’inganno. Fingere e derivati oggi indicano sempre azioni disdicevoli, tanto che per definire le opere frutto della creatività che non rappresentano la realtà oggettiva usiamo il termine inglese fiction, sempre corradicale di fingere, ma molto più glamour e “asettico”.
In effetti, fingere e i suoi derivati, finzione e l’aggettivo finto, che è anche il suo participio passato, un po’ si prestano ad una interpretazione negativa: già in latino, fingo significava ‘formare, plasmare, creare’, ma anche ‘immaginare, rappresentare’ e ‘fingere, simulare, contraffare’. Nella radice di questo verbo, insomma, è implicita una sfumatura di sospetto, legata all’azione di creare una realtà alternativa. In astratto, però, la finzione è un processo meraviglioso, oltre che innato nell’uomo, legato alla creatività e al desiderio di andare oltre, di trascendere la realtà oggettiva.
Non a caso, la stessa radice indoeuropea del latino fingo, dheigh-, ha dato vita a tutte le parole che ruotano intorno a figura ‘aspetto, rappresentazione’, alla parola effigie e soprattutto all’aggettivo fittile (vicino a fittizio) ‘fatto di terracotta’, con riferimento all’atto del plasmare gli oggetti, quindi crearli, renderli reali. È un po’ quello che fece Dio con l’uomo, secondo il racconto della Genesi. E, a questo proposito: anche la parola paradiso deriva dalla radice indoeuropea dheigh-, attraverso una serie lunghissima di passaggi: latino paradisum, greco parádeisos ‘giardino’, persiano antico *parideza-, avestico (che è una lingua indoeuropea) pairi-daeza ‘luogo recintato’, che traduceva l’originale ebraico (lingua non indoeuropea) gan Eden ‘giardino dell’Eden’.
Una breve incursione nell’inglese. Oltre a fiction, figure e simili (figurative, figurine, to feign ‘fingere, simulare’), che derivano dal latino, questa lingua ha ereditato una serie di parole dall’antico germanico, lingua sorella del latino. Tra queste, alcune sono note un po’ dappertutto, e sono davvero sorprendenti: lady, ad esempio, che oggi significa ‘signora’, viene dall’inglese antico hlǣfdige ‘impastatrice di pane’, precisamente da hlāf ‘pane’ unito alla radice germanica *dig- (dall’indoeuropeo dheigh-) ‘plasmare, formare, fabbricare’. La stessa radice *dig- è alla base dell’inglese moderno dough [dəʊ] ‘pasta, impasto’, divenuto comune in italiano in seguito alla diffusione dei/delle doughnut [ˈdəʊnʌt] (letteralmente ‘noce di pasta’), le ciambelle fritte che piacciono tanto a Homer Simpson.

Fabio Ruggiano

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