La parola che non ti aspetti

La cultura del matrimonio

Con l’hashtag #LoveWins, @POTUS (President Of The United States), ovvero il presidente Obama, ha annunciato che la Corte suprema ha reso legali per tutti gli Stati della Federazione i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Il 26 Giugno 2015 rimarrà nella storia della civiltà occidentale anche per questo, come una data di giubilo per alcuni, come una sconfitta di principio per altri.
Non c’è da stupirsi che molte persone considerino innaturali le coppie sposate formate da persone dello stesso sesso, se le stesse parole che definiscono questa situazione rimandano, fin dalla loro prima formulazione, all’unione di un uomo e una donna e alla procreazione. Si tratta, ovviamente, del rispecchiamento di una concezione culturale, che, sebbene dominante per molti secoli, non deve per questo essere considerata inviolabile e immutabile.
La parola matrimonio era già presente nel latino classico (si diceva matrimonium). Si tratta di un composto, formato da mater e munus (‘servizio reso alla comunità’, ma anche ‘obbligo’). Il senso della parola sarebbe, quindi, ‘servizio che la madre fa alla comunità’, oppure ‘obbligo della madre’, con chiaro riferimento, in ogni caso, alla procreazione. Curiosamente, accanto all’“obbligo della madre”, esisteva anche l’“obbligo del padre”, ovvero il patrimonium, che si è continuato nell’italiano patrimonio (anche se ha sostanzialmente perso la connessione, formale e sostanziale, con padre). Sembra, dunque, che per gli antichi romani i ruoli nella coppia sposata fossero chiari: la donna è madre, l’uomo è fonte di reddito. Per la famiglia, che è come dire per la società.
Per molte persone, la sostanza del matrimonio è ancora questa, un contratto, un impegno (munus) che due persone prendono con la società, sostanziato nella procreazione e nell’assicurazione del benessere per i figli. Una convinzione rafforzata dall’influsso delle religioni cristiane, che vedono nell’unione di un uomo e una donna la simbologia dell’unione di Cristo con la Chiesa. Non si può, però, non far notare che il genere femminile dalla parola chiesa è un fatto grammaticale, non naturale.
Diversamente dal matrimonio, l’idea di famiglia non è molto rigida: molte persone che non sono disposte ad accettare il matrimonio omosessuale sono disposte ad ammettere combinazioni familiari molto diverse, nella distribuzione tra i coniugi delle responsabilità fondamentali: la cura della prole e il sostentamento, nella sostituzione della procreazione con l’adozione (pratica, del resto, ancestrale), persino con genitori dello stesso sesso (purché, si badi, non ufficialmente sposati). Meno scontata è l’accettazione delle pratiche di procreazione assistita, sulle quali pesano scrupoli a metà tra il religioso e il morale, legati alla natura e allo status giuridico dell’embrione.
La natura della famiglia, non a caso, era variegata fin dall’antichità. Nella cultura romana, familia era l’insieme delle persone accomunate dalla coabitazione, fossero queste imparentate, adottate o schiave. La parola familia, infatti, è legata a famulus ‘schiavo che vive in casa’. Entrambe le parole sono figlie di un termine osco (gli osci erano una popolazione italica con cui i romani entrarono in contatto), famel ‘servo’, a sua volta continuatore della radice indoeuropea wes-, legata al concetto di abitare (da cui anche il nome della Dea romana del focolare Vesta). Alla base tanto di famulus quanto di familia, dunque, c’era l’idea di vita nella stessa casa. Il concetto, pertanto, è nato, e si poi mantenuto, libero da convinzioni religiose e da obblighi derivanti da contratti.
Fabio Ruggiano

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